batik_11La storia del batik, pur se frammentaria, sembra indicare una origine indiana: batik di fattura indiana sono stati ritrovati nelle tombe egiziane del I secolo.

La sua diffusione a oriente segue due vie: Cina e Giappone a nord, Arcipelago Malesea sud.E proprio Giava e Bali ne divengono la patria per elezione; nel tredicesimo secolo in Indonesia sono i batik a costituire il tessuto per eccellenza degli abiti di corte e dell’aristocrazia.

La colonizzazione olandese e l’importazione nei Paesi Bassi aprono la porta dell’Europa all’introduzione del batik nel Vecchio Continente. Inutilmente gli inglesi tentarono la sua imitazione stampando industrialmente le stoffe; il batik era destinato a rimanere prodotto artigianale, nonostante il notevole successo ottenuto ad esempio nella Germania dell’inizio del nostro secolo.

Se il passaggio dall’artigianato all’industria era impossibile, quello dell’artigiano all’artista fu, invece, assai fecondo e l’arte del batik non conobbe più frontiere, attestandosi con notevole successo specialmente negli Stati Uniti. Nonostante tutte queste migrazioni, però, la tecnica del batik, pur in tutte le sue varianti, è rimasta sostanzialmente la stessa da almeno duemila anni. L’Indonesia, patria elettiva, le ha dato il nome con cui la chiamano ancora oggi; batik in indonesiano vuol dire «scrivere con la cera». Già il nome quindi è indicativo della tecnica che consiste infatti nel distribuire cera fusa sul tessuto da tingere.

raw00001Le zone incerate resistono al colore creando il disegno. Se il principio base è semplice la sua realizzazione è, invece, estremamente laboriosa; la cera fusa è un materiale difficile da controllare. Stesa con uno speciale «pennino», chiamato tjanting, non ammette ripensamenti o indecisioni; mano ferma e pazienza sono i due segreti essenziali per ottenere il risultato voluto. Per ogni colore, terminata l’inceratura, si esegue il bagno di colorante. Per preservare il colore già dato bisogna rincerare il tessuto e quindi ripetere la tintura.

Scelta delle tonalità delle tinte, ripetute immersioni, continui lavaggi con occhio attento alla temperatura dell’acqua (se troppo calda può compromettere l’inceratura e tutto il lavoro precedente) sono le fasi a cui seguono la rimozione della cera a caldo ed il lavaggio a secco. Già il procedimento fa sì che ogni pezzo sia un ‘opera irripetibile, di impossibile replica, unica. Il genio dell’artista e le infinite possibili combinazioni di motivi e colori ne assicurano l’originalità.

Batik in lavorazione

 

I Batik di Mino Laterza